Badao

Il senso delle parole. Intorno alla sicurezza

Tratto da www.istitutoeuroarabo.it – “Badao, ogni parola ha un perchè” a cura di Filomena Petroni

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La parola non è solo uno strumento di comunicazione, funzionale e tecnico anche se ha una sua specificità, anzi più d’una come ben si evince dai linguaggi tecnici. Questo ci svela l’ampiezza del parlare e di come la lingua sia anche una visione del pensiero. Il filosofo tedesco Heidegger, padre dell’Ermeneutica moderna, evidenzia come pensiamo con le parole che abbiamo. Pertanto la conoscenza della lingua e dello stile, quello che in passato erano eloquenza, oratoria e retorica, non sono solo questione di erudizione ma di sviluppo della mente.

Il discorso che si apre è estremamente ampio e abbraccia, ad esempio, il tema tanto discusso della traduzione come ‘tradimento’, ma anche avvicinamento, opportunità e, talora, arricchimento. Nel mondo mediterraneo la ricchezza delle lingue acquista poi una profondità storica particolare perché qui vi sono le cosiddette lingue classiche, segnatamente greco, latino, arabo classico ma anche il farsi, l’ebraico a loro modo e il sanscrito, l’antico ‘indiano’ – uso l’espressione in modo molto inappropriato, solo per dare un’indicazione – che è all’origine del greco classico, anzi antico. Questo percorso che non è lineare ma intrecciato con influenze reciproche racconta la storia di una parte del mondo e le diverse civiltà.

Le lingue non solo semplici convenzioni ma convinzioni o almeno nascono con questo tipo di eredità. Detto questo purtroppo assistiamo tendenzialmente, progressivamente e a livello internazionale ad un impoverimento della lingua che segna un’atrofizzazione per certi aspetti del pensiero – si sta perdendo il senso della conversazione, del salotto letterario, del dibattito, della scrittura per corrispondenza da una parte – a favore di una nuova oralità (dall’oralità è partito l’uomo) spicciola, pratica, veloce; per altri un’utilizzazione pragmatica della lingua a favore di tecnicismi, tendenza anglofila dovuta alla dominanza della cultura anglosassone in certi ambiti, quali il design, l’economia e la finanza in particolare, la medicina, spingendosi verso il futuro e dimenticando il passato.

I neologismi sono infatti in crescita e non a caso soprattutto nella lingua inglese considerata la più viva, mobile, mentre al capo opposto si colloca l’arabo ufficiale standard. Se leggiamo quest’evoluzione della lingua vediamo, a fronte del nuovo che entra, una perdita di molti termini passati, espressioni e utilizzazione consapevole di termini pregni di significato che ci arrivano dal passato come ‘cenotafio’, ovvero tomba senza le spoglie. Sempre più la lingua si abbrevia ma si usano perifrasi al posto di termini appropriati che raccontano un concetto ampio. La chiarezza, quasi una spiegazione da vocabolario, dimentica il concetto spiegato. Questa disattenzione, che fa il paio con la perdita del bon ton, dell’educazione nel senso non meramente formale ma più profondo, si trasferisce anche nel pensiero e nel comportamento, in una vera e propria negligenza del vivere.

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Ora si assiste a una generale moda delle parole che dominano come gli ingredienti in cucina in certi periodi o la moda negli abiti, dove la tendenza è dominante sul senso: vi ricordate il ‘cioè’ degli anni Ottanta? Oggi si inventano nuovi vocaboli ad ogni piè sospinto con un protagonismo politico e dell’attualità – la pandemia ha imperato negli ultimi due anni – e attingendo dal linguaggio giovanilistico tra musica e costumi. In generale il gusto è pessimo e le parole nascono da storpiature con una contaminazione tra lingue diverse che certo non fa leva sulla scelta e sulla consapevolezza, ancor meno sulla conoscenza.

Uno degli ambiti di questo fenomeno è quello della sicurezza come viene proposto nel libro Badao. Ogni parola è un perché di Gianluca Giagni (G2 Studio ed. 2021), un pamphlet sui generis, tra il serio e il faceto sull’uso, la storia e la conoscenza delle parole, un divertissement, un utile spunto di riflessione, adatto anche ai più giovani che hanno perso l’attenzione alla parola, una sorta di guida non tecnica che ognuno può completare autonomamente. Strutturato come un nuovo vocabolario su una rosa di termini scelti, Gianluca Giagni, ingegnere di professione, legge o meglio rilegge in queste pagine la realtà attraverso la chiave della sicurezza, mettendo in relazione l’uso comune, spesso inconsapevole della ricchezza che si cela dietro una parola, e l ’impiego tecnico, la storia dei termini.

Così è in modo fortemente simbolico la ‘casa’, luogo per eccellenza dove ripararsi, dove ritrovare sé stessi ma anche piena di insidie. Giagni mette in luce l’uso abituale del termine, il senso originario, l’evoluzione storica, per stimolare una riflessione e cercare di oltrepassare sia l’impiego corrente del termine sia quello meramente tecnico. Non è infatti un saggio questo libro ma un gioco intellettuale, un campanello che suona per spingerci a guardare la realtà non in modo banale. Lo stesso autore lo definisce senza dubbio un nuovo esperimento. Nelle sue prime tre pubblicazioni ha cercato di affrontare le tematiche in modo differente, sempre rivolto al cittadino e alla sua cultura; a un pubblico certamente non solo tecnico. In questo nuovo testo, invece, mette a nudo il proprio modo di guardare il mondo con occhi diversi, soprattutto nel tempo del viaggio, come un tempo sospeso e foriero di nuovi stimoli, della giusta distanza per riflettere, proprio perché immersi in lingue e usi diversi.

Ora la memoria è selettiva e nel viaggiare ognuno di noi conserva ricordi, colori, sapori e tradizioni in maniera unica. Giagni racconta il suo viaggio di Thailandia, certamente carico e pieno di emozioni: «ho voluto condividere con i lettori quello che osservavo legandolo al mio modo di fare cultura e prevenzione nelle cose di tutti i giorni». Il viaggio è quella dimensione di instabilità, di avventura, sia essa in cerca di qualcosa o in fuga, sia che rappresenti comunque l’uscita da una zona di comfort, ci mette alla prova, come quando ci si affaccia da un’altura per ammirare il paesaggio, vedere le cose da un punto di vista inedito, complessivo, dovendo però superare il senso di vertigine.

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Ecco perché la prospettiva della sicurezza si presta particolarmente bene all’associazione con il viaggio. Nel libro la narrazione si svolge su un doppio binario, quello dell’esame dei termini e le tappe del viaggio dell’autore in Thailandia, il quale suggerisce la scelta delle parole. Al di là dell’escamotage narrativo, un mondo nuovo ridisegna le nostre parole, ci fa scoprire delle equivalenze perché la traduzione lascia comunque delle aree scoperte e rimette in discussione l’interpretazione delle parole che utilizziamo. Quando manca la sicurezza, quando vengono meno le certezze che abbiamo o crediamo di avere a casa, ecco che questa dimensione diventa essenziale.

Il termine sicurezza viene dal latino sine cura, senza preoccupazione, che individua una condizione nella quale la persona è a proprio agio anche se a volte questa naturalezza rischia di portarci in una condizione di insicurezza. Quando si fa qualcosa per abitudine si tende a prestarvi infatti meno attenzione. È bene quindi richiamare l’attenzione sulle parole perché appunto celano un pensiero. Il testo insegna proprio questo, al di là del significato di una parola è importante mantenere l’attenzione sulla stessa, non usare i termini a caso. Il libro è frutto in particolare del lavoro dell’autore che si occupa di sicurezza in qualità di ingegnere e quindi focalizza su un particolare ambito il tema del significato nascosto delle parole e sull’uso comune o meno di alcuni vocaboli. In particolare la sicurezza reale e percepita spesso non coincidono, come sappiamo bene in tempo di pandemia, e troppo di frequente essa viene considerata una questione per addetti ai lavori, mentre è centrale per tutti perché il lavoratore è più sicuro tanto più sarà informato e capace di esprimere il proprio eventuale disagio.

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Le parole diventano allora essenziali proprio quando si è in una condizione di difficoltà, quando ci si trova in un’altra cultura, in un contesto limite come può essere un cantiere o in una condizione di disagio. Per questo il libro può essere considerato un lavoro in fieri, il progetto di un percorso ampliabile ma valido in termini di metodo e che in questo frangente socio-culturale diventa essenziale. La lingua si impoverisce proprio ora che gli orizzonti si ampliano e c’è un maggior bisogno di dialogo. Da qui la scelta della scrittura ‘leggera’, narrativa e non di un prontuario. Una simile lettura ci invita anche a riflettere sulla necessità di recuperare un orizzonte culturale che vorrei definire empatico, superando la divisione tra mondo scientifico ed umanistico.

La parola è certamente il ponte ideale anche se a volte la differenza delle lingue e gli aspetti tecnici o elitari finiscono per renderla ostica. Ora la sicurezza è un concetto universale, che non può e non dev’essere nascosta dietro una legge o una formula matematica o dietro qualcuno. Nel mondo del lavoro e non solo, parlare di sicurezza vuol dire affrontarla e non deve fare paura il suo concetto. La sicurezza è dietro la “natura di ogni cosa” e non si può pensare di trovare sempre una soluzione, sebbene sia necessario conoscere e far crescere la cultura della sicurezza. Anche il termine cultura nasce dal latino e significa “coltivare” per cui la sicurezza dev’essere coltivata come una pianta e ha bisogno ogni giorno di acqua e quando è cresciuta ha ancora bisogno di nutrirsi. Una bella sfida senza dubbio. Infine una parola merita il titolo, Badao, un termine curioso che secondo l’autore invita a un doppio viaggio nella linea dell’allegoria. 

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